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Campus Civico, la partecipazione come metodo: intervista a Luca Raffini

Nato come spin-off dell’Università di Genova, Campus Civico rappresenta una realtà innovativa nel panorama delle scienze sociali applicate. Attivo da oltre tre anni, lo spin-off mette insieme competenze provenienti dal Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali (DiSPI) e dal Dipartimento Architettura e Design, sviluppando percorsi di partecipazione, comunicazione pubblica e valutazione di impatto. Tra i progetti affrontati figurano grandi opere infrastrutturali, collaborazioni con la Protezione Civile e iniziative dedicate al dialogo tra istituzioni, imprese e cittadini. Ne abbiamo parlato con il professor Luca Raffini, docente dell’Università di Genova e tra i promotori dello spin-off.

Professor Raffini, come nasce Campus Civico e quale missione si è dato?
Campus Civico nasce come spin-off dell’Università di Genova con l’obiettivo di portare fuori dall’accademia competenze e strumenti maturati nella ricerca. È una realtà interdisciplinare che coinvolge ricercatori provenienti da ambiti diversi, in particolare dalle scienze sociali e dal design. L’idea è quella di sviluppare processi di comunicazione e partecipazione capaci di coinvolgere differenti pubblici e favorire il confronto tra soggetti portatori di interessi diversi.

Qual è il valore aggiunto di uno spin-off universitario in questo settore?
L’elemento che ci caratterizza maggiormente è il continuo dialogo tra ricerca e applicazione. Lavoriamo utilizzando metodologie e strumenti validati scientificamente, ma li decliniamo su problemi reali e contesti concreti. Questa dimensione ci consente di offrire qualcosa in più rispetto a molti operatori del mercato: non semplicemente servizi di comunicazione o facilitazione, ma percorsi costruiti sulla base di evidenze, ricerca e innovazione metodologica.

Quali sono stati i principali ambiti di intervento in questi anni?
Abbiamo lavorato su progetti molto differenti. Ci siamo occupati di grandi opere infrastrutturali, come il Tunnel Subportuale di Genova, di percorsi di supporto e facilitazione organizzativa per la Protezione Civile e di attività legate alla valutazione di impatto di politiche e progetti. In tutti questi casi il filo conduttore è rappresentato dalla capacità di mettere in relazione una pluralità di attori e facilitare il dialogo tra punti di vista spesso diversi tra loro.

Fare impresa nelle scienze sociali rappresenta ancora una sfida?
Sì, e forse è una delle sfide più interessanti. Quando si parla di spin-off universitari, l’immaginario collettivo è spesso associato all’innovazione tecnologica o alle cosiddette scienze dure. Noi operiamo invece nell’ambito delle scienze sociali e questo richiede uno sforzo ulteriore nel dimostrare il valore concreto delle nostre attività.
Abbiamo però riscontrato una crescente domanda di competenze legate alla partecipazione, alla facilitazione e alla costruzione del dialogo. La sfida consiste nel trasformare questi bisogni in un’attività imprenditoriale sostenibile, capace di collocarsi all’interno di un mercato definito senza perdere la propria vocazione pubblica.

Quanto conta oggi la partecipazione nei processi decisionali?
Viviamo una fase storica caratterizzata da una forte sfiducia verso istituzioni, imprese e organizzazioni. Questo fenomeno non deve essere letto esclusivamente in chiave negativa: spesso la sfiducia rappresenta una richiesta di maggiore coinvolgimento e trasparenza.
Il problema emerge quando non esistono luoghi e strumenti attraverso cui le diverse posizioni possano confrontarsi. Per questo crediamo che creare spazi di dialogo strutturati sia oggi più importante che mai. La partecipazione non serve a eliminare i conflitti, ma a renderli gestibili e produttivi.


Esistono esperienze che dimostrano concretamente il valore di questo approccio?
Certamente. Un esempio significativo è rappresentato dall’esperienza del dibattito pubblico sulle grandi opere, ispirata in parte al modello francese. L’idea è coinvolgere cittadini, amministrazioni, imprese e stakeholder prima che determinate decisioni vengano assunte, soprattutto quando gli interventi hanno un forte impatto sul territorio.
Anche in Italia questo strumento ha trovato un proprio spazio normativo e culturale. Non sempre il quadro regolatorio è stato lineare, ma ha contribuito a diffondere una maggiore consapevolezza sull’importanza di processi partecipativi strutturati.

Quali sono le prospettive future di Campus Civico?
La nostra sfida è consolidare ulteriormente questo modello, continuando a costruire ponti tra università, istituzioni, imprese e cittadini. Vogliamo contribuire a sviluppare una cultura della partecipazione che non sia vista come un adempimento formale, ma come una risorsa strategica per migliorare la qualità delle decisioni e rafforzare il rapporto di fiducia tra i diversi attori della società.


In una società sempre più complessa e frammentata, esperienze come quella di Campus Civico mostrano come le competenze delle scienze sociali possano trasformarsi in strumenti concreti per favorire il dialogo, la collaborazione e la costruzione di valore condiviso. Una sfida imprenditoriale e culturale che l’Università di Genova ha scelto di raccogliere, mettendo la ricerca al servizio dei territori e delle comunità.

La longevità e silver economy: il caso di Fondazione Longevitas

La longevità non è più soltanto una questione demografica o sanitaria. È una delle più grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali del nostro tempo. In un contesto in cui l’aspettativa di vita continua ad aumentare e la popolazione over 65 rappresenta una quota sempre più rilevante della società, diventa necessario superare gli stereotipi legati all’età e guardare all’invecchiamento come a una risorsa per lo sviluppo dei territori e delle comunità.


Per approfondire questi temi abbiamo intervistato Eleonora Selvi, Presidente della Fondazione Longevitas, realtà nata nel 2023 con l’obiettivo di promuovere la cultura della longevità e della Silver Economy, contribuendo a diffondere una nuova visione dell’invecchiamento fondata sull’attività, sulla partecipazione e sul valore sociale ed economico delle persone anziane.

La Fondazione Longevitas è una realtà relativamente giovane. Come nasce e quali sono i suoi obiettivi principali?
La Fondazione Longevitas nasce nel 2023 con la missione di promuovere la cultura della longevità e della Silver Economy. Siamo convinti che ci troviamo di fronte a una trasformazione epocale che richiede un cambio di paradigma. L’allungamento della vita non deve essere visto come un problema o un peso per la società, ma come una straordinaria opportunità di crescita economica, innovazione e coesione sociale.


Quando parlate di Silver Economy, a cosa vi riferite?
Spesso si pensa erroneamente che la popolazione senior rappresenti esclusivamente un costo per il sistema. In realtà parliamo di persone che consumano, partecipano alla vita sociale, viaggiano, frequentano spettacoli, fanno attività culturali e adottano sempre più spesso stili di vita attivi e consapevoli. La Silver Economy non è una “white economy” legata esclusivamente all’assistenza, ma un’economia trasversale che coinvolge il commercio, il turismo, i servizi, la cultura, il benessere e l’innovazione.


Qual è il principale cambiamento culturale che sarebbe necessario promuovere?
Dobbiamo smettere di considerare l’età avanzata come sinonimo di fragilità. Il vero obiettivo è valorizzare il potenziale delle persone lungo tutto il corso della vita. Una popolazione che invecchia in salute è un beneficio per tutti: per gli individui, che possono mantenere autonomia e qualità della vita, ma anche per il sistema sanitario e sociale, che può ridurre costi e inefficienze grazie a una maggiore prevenzione.


Quanto conta la prevenzione in questo scenario?
La prevenzione è centrale. La longevità si costruisce durante tutto il percorso di vita e non soltanto nella terza età. Investire in diagnosi precoce, screening e corretti stili di vita significa aumentare gli anni vissuti in buona salute. Per questo riteniamo che la prevenzione debba diventare il pilastro degli ecosistemi di salute e delle politiche pubbliche.


Quali attività porta avanti concretamente la Fondazione?
Lavoriamo attraverso progetti multi-stakeholder che coinvolgono istituzioni, imprese, associazioni, professionisti della salute e cittadini. Promuoviamo campagne di screening, iniziative culturali di sensibilizzazione e percorsi di advocacy. Siamo inoltre impegnati nella diffusione del Manifesto Europeo contro l’Ageismo, con l’obiettivo di contrastare stereotipi e discriminazioni legate all’età.


Qual è il vostro rapporto con le istituzioni europee?
Dialoghiamo con le istituzioni europee su diversi programmi e iniziative legate alla longevità. Nel 2025 siamo stati protagonisti di attività di advocacy finalizzate all’attuazione di politiche europee che favoriscano l’invecchiamento in salute e un accesso più equo alle cure. Crediamo che l’Europa possa svolgere un ruolo fondamentale nel definire strategie comuni su questi temi.


Come si colloca il vostro lavoro rispetto alle numerose associazioni attive in Italia?
L’Italia è un Paese molto dinamico sotto questo profilo. Esistono migliaia di associazioni che si occupano di invecchiamento attivo, patologie specifiche, salute mentale e supporto ai pazienti. Il nostro ruolo è quello di favorire connessioni tra questi soggetti e contribuire a una visione più ampia e sistemica della longevità, mettendo al centro la persona e il suo percorso di vita.

Oggi il tema della longevità riceve maggiore attenzione rispetto al passato?
Assolutamente sì. Oggi si parla sempre di più di qualità dell’invecchiamento, benessere e stili di vita salutari. Stiamo comprendendo che la longevità non inizia quando si va in pensione, ma nel modo in cui si vive fin dall’infanzia. Anche alcuni trend legati alla salute pubblica, come l’attenzione all’obesità infantile e all’educazione alla salute, dimostrano una crescente consapevolezza dell’importanza della prevenzione.


Quali saranno le principali sfide dei prossimi anni?
La sfida più importante sarà garantire il più a lungo possibile l’autosufficienza delle persone. Dovremo costruire città più inclusive, servizi più accessibili e sistemi sanitari maggiormente orientati alla prevenzione. Sarà necessario coinvolgere tutti gli stakeholder e promuovere una vera cultura della longevità, capace di valorizzare ogni fase della vita e di trasformare l’invecchiamento da criticità percepita a opportunità concreta per la società.

L’energia e le comunità: intervista a Filippo Falcin

Abbiamo incontrato Filippo Falcin, Direttore Marketing di AGN Energia, per approfondire le sfide del settore energetico, il ruolo del marketing in un mercato in continua evoluzione e l’importanza della relazione con il cliente

Filippo, qual è il ruolo del marketing all’interno di AGN Energia?Il marketing deve lavorare in piena sintonia con tutte le direzioni aziendali. È fondamentale mantenere un approccio pragmatico e non perdere mai di vista i macro-obiettivi dell’azienda. Il nostro compito non è soltanto comunicare, ma contribuire concretamente alla strategia e alla crescita del business. Il digitale rappresenta uno strumento straordinario per sviluppare idee e strategie, ma ciò che conta davvero è mantenere il focus sugli obiettivi finali.

Come è cambiato il mondo della comunicazione negli ultimi anni? La comunicazione è diventata sempre più simile a una community. Oggi è molto più veloce rispetto al passato, ma anche più complessa e talvolta più imperfetta. Esiste una molteplicità di canali e interlocutori che prima non avevamo. Questo richiede una capacità di adattamento continua e una maggiore attenzione nell’ascolto delle persone.

Ci racconta il suo percorso professionale? Mi occupo di energia da oltre vent’anni, lavorando sia in grandi aziende sia in startup. Questo mi ha permesso di sviluppare una visione a 360 gradi del settore. Parallelamente, seguo il mondo digitale fin dal 1995, quando veniva considerato quasi un gioco o una curiosità. Nel 2005 sono entrato in Sorgenia e da allora ho potuto osservare da vicino come il digitale abbia assunto una centralità crescente nelle strategie aziendali.

Qual è oggi la principale sfida del settore energetico? Credo che la transizione energetica rappresenti la sfida del millennio. L’energia è alla base di tutti i processi produttivi e sarà ancora più centrale nei processi del futuro. Il settore si trova davanti a trasformazioni profonde che riguardano non solo la sostenibilità ambientale, ma anche i modelli di consumo e le aspettative dei clienti.

Quali sono le peculiarità di AGN Energia? AGN Energia ha una caratteristica molto interessante: opera su due fronti complementari. Da una parte c’è il GPL, un ambito nel quale l’azienda occupa una posizione di assoluto rilievo a livello nazionale; dall’altra ci sono le attività legate alla produzione, all’installazione e ai servizi energetici più innovativi. Questa duplice anima ci consente di guardare sia al presente sia al futuro del settore.

In un mercato sempre più competitivo, come si costruisce la differenziazione? Nel mercato dell’energia molti operatori rischiano di apparire simili agli occhi dei consumatori. Per questo la percezione del brand diventa fondamentale. Quando il prodotto è percepito come uniforme, la differenza si costruisce attraverso la qualità del servizio, la capacità di relazione e la fiducia che si riesce a trasmettere ai clienti.

Quanto conta l’innovazione tecnologica nel vostro settore? Il mondo dell’energia è estremamente complesso e caratterizzato da una forte componente ingegneristica. Tutto ruota attorno all’efficienza: dall’ottimizzazione degli impianti ai sistemi che generano energia e calore. Tuttavia, accanto all’innovazione tecnologica, rimane centrale la capacità di comprendere e accompagnare il cliente nelle sue scelte.
La relazione con il cliente resta quindi un fattore decisivo? Assolutamente sì. Non possiamo prescindere dal rapporto umano. La vicinanza al cliente continua a essere un elemento fondamentale e rappresenta spesso il vero fattore distintivo. AGN Energia ha nel proprio DNA questa attenzione alle persone e questo crea un rapporto diretto e autentico.

Qual è la sfida per il futuro? La vera sfida sarà riuscire a rendere scalabile questa relazione. Il rapporto umano è prezioso, ma per crescere occorre trovare strumenti che permettano di mantenerne la qualità anche attraverso processi automatizzati e tecnologie digitali. Vinceranno le aziende capaci di combinare innovazione ed efficienza senza perdere il contatto con le persone.

“Il futuro dell’energia non si gioca soltanto sulla tecnologia, ma sulla capacità di costruire relazioni di fiducia durature con i clienti.” conclude Falcin.

Intervista a Silvio de Girolamo: il reporting di sostenibilità in Italia

Abbiamo intervistato Silvio De Girolamo, tra i pionieri della sostenibilità in Italia, impegnato su questi temi sin dal 2002. Un percorso professionale che gli ha permesso di osservare da vicino l’evoluzione della sostenibilità nel mondo delle imprese: dalle prime esperienze di rendicontazione volontaria fino all’attuale integrazione dei temi ESG nelle strategie aziendali.

Negli ultimi anni il report di sostenibilità ha rappresentato un importante strumento per avvicinare le imprese ai temi ESG. Possiamo dire che abbia avuto un ruolo anche nell’evoluzione delle strategie aziendali?

Sicuramente. Negli anni passati il report di sostenibilità è stato un vero e proprio volano per la diffusione della cultura della sostenibilità all’interno delle imprese. In molti casi si trattava di una scelta volontaria, ma proprio questa volontarietà ha contribuito a dare impulso non soltanto alla rendicontazione, ma anche alla definizione e alla messa in atto di vere e proprie strategie di sostenibilità.

D’altra parte, ogni fenomeno, per poter essere realmente preso in considerazione e gestito, ha bisogno innanzitutto di essere misurato. La rendicontazione ha quindi rappresentato il primo passo per iniziare a comprendere le proprie performance, individuare le criticità e definire possibili aree di miglioramento.

Come si è evoluto questo approccio nel tempo?

L’evoluzione successiva è stata proprio quella di superare la logica della semplice misurazione per arrivare a integrare la sostenibilità all’interno della strategia complessiva dell’impresa. Il tema non è più soltanto “rendicontare ciò che si è fatto”, ma utilizzare le informazioni raccolte per orientare le decisioni, definire obiettivi e integrare la sostenibilità nel piano strategico aziendale.

Se guardiamo invece alle PMI, il percorso è stato altrettanto rapido?

Il percorso delle PMI è stato sicuramente più graduale. Questo dipende anche dalle loro caratteristiche e dalle risorse a disposizione. Tuttavia, c’è un elemento che sta accelerando molto questo processo: le PMI sono spesso inserite nelle catene di fornitura di grandi imprese, che chiedono sempre più informazioni e dati relativi alla sostenibilità.

Per questo motivo, la spinta non arriva necessariamente soltanto dalla normativa europea. Oggi vediamo con sempre maggiore chiarezza il ruolo di istituti di credito, grandi clienti e catene di fornitura, che richiedono alle PMI informazioni sulle loro performance ambientali, sociali e di governance.

Quindi la sostenibilità nelle PMI continua ad essere anche una scelta volontaria?

Assolutamente sì. Nonostante l’evoluzione normativa, possiamo dire che la spinta volontaria continua ad avere un ruolo importante. Così come è avvenuto inizialmente per le grandi imprese, anche per le PMI occuparsi di rendicontazione può rappresentare il punto di partenza per un percorso più ampio.

La necessità di raccogliere e organizzare i dati porta infatti l’impresa a interrogarsi sulle proprie performance e, progressivamente, sulle possibilità di miglioramento. Da qui si può arrivare alla definizione di obiettivi e strategie di sostenibilità, trasformando la rendicontazione da semplice adempimento o richiesta esterna in uno strumento di gestione.

E qual è la posizione dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei?

Da questo punto di vista, l’Italia è ben posizionata. Già prima dell’introduzione di un quadro normativo europeo più strutturato, quando la rendicontazione era prevalentemente frutto di scelte volontarie, molte imprese italiane avevano iniziato ad adottare standard internazionali come il GRI – Global Reporting Initiative.

Questo significa che l’Italia non può essere considerata un fanalino di coda nel percorso verso la sostenibilità. Al contrario, è tra i Paesi nei quali il tema della rendicontazione e della sostenibilità d’impresa ha iniziato a svilupparsi in maniera significativa già nella fase volontaria.

Qual è quindi il passaggio più importante che le imprese dovranno affrontare nei prossimi anni?

Il passaggio fondamentale sarà quello di continuare a trasformare la rendicontazione in strategia. Misurare è indispensabile, ma il dato acquisisce valore quando viene utilizzato per prendere decisioni.

La vera evoluzione consiste quindi nel passare dal “raccontare” la sostenibilità al gestirla concretamente, integrandola nei processi decisionali, negli investimenti e nella pianificazione strategica dell’impresa. È questo, a mio avviso, il passaggio che renderà la sostenibilità sempre più parte integrante del modo di fare impresa.

Sostenibilità ed infrastrutture: quale futuro?

Abbiamo intervistato Ilaria Delponte, Professoressa associata presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica e Ambientale (DICCA) dell’Università degli Studi di Genova, sul tema della sostenibilità e delle infrastrutture


Sostenibilità e infrastrutture: quale connubio?
La sostenibilità nasce come un concetto prevalentemente politico e culturale, che nel tempo si è evoluto fino a diventare un principio guida per la trasformazione dei sistemi produttivi e infrastrutturali. Tuttavia, è importante non ridurre la sostenibilità esclusivamente a una serie di indicatori quantitativi, perché il suo valore principale risiede nella capacità di rappresentare un approccio, un metodo e una prospettiva strategica orientata al cambiamento.
Uno degli elementi caratterizzanti della sostenibilità è proprio la sua natura trasversale: si tratta di un concetto sufficientemente ampio da coinvolgere soggetti diversi e da adattarsi a molteplici ambiti, rendendo possibile un confronto tra istituzioni, imprese, ricerca e società civile. Nel settore delle infrastrutture, negli ultimi anni si è assistito a un cambiamento significativo nell’approccio degli operatori economici e delle grandi aziende, che hanno progressivamente integrato criteri di sostenibilità all’interno dei propri processi decisionali e industriali.
Permangono tuttavia alcune criticità. La realizzazione di infrastrutture sostenibili risulta spesso più complessa rispetto ai modelli tradizionali, sia per la necessità di integrare nuovi criteri progettuali sia per la presenza di procedure amministrative e operative ancora in fase di evoluzione. L’introduzione di certificazioni e requisiti di sostenibilità all’interno delle gare rappresenta comunque un elemento positivo, perché contribuisce a orientare progressivamente il mercato verso standard più elevati.
Il settore si trova oggi in una fase di transizione nella quale alcuni principi sono stati definiti, ma manca ancora un pieno allineamento tra normativa, strumenti operativi e capacità industriale. In questo percorso, molte aziende hanno anticipato il quadro legislativo attraverso iniziative volontarie, sperimentazioni e attività di collaborazione finalizzate a sviluppare nuovi modelli di progettazione e gestione delle infrastrutture.


Benchmark internazionale: come si posiziona l’Italia nel settore delle infrastrutture sostenibili?
Nel valutare il posizionamento dell’Italia rispetto agli altri Paesi, un elemento centrale è rappresentato dalla diffusione della cultura della sostenibilità all’interno dell’intero ecosistema produttivo. La principale sfida riguarda infatti la necessità di rendere questo approccio maggiormente capillare, coinvolgendo anche le piccole e medie imprese che rappresentano una componente essenziale della filiera infrastrutturale italiana.
Molte realtà di dimensioni ridotte mostrano interesse verso l’innovazione e la sostenibilità, ma spesso incontrano difficoltà legate alla disponibilità di risorse economiche, competenze specialistiche e capacità organizzative. Per questo motivo, il ruolo delle grandi aziende diventa fondamentale: gli operatori maggiormente strutturati possono favorire il trasferimento di conoscenze, metodologie e strumenti lungo tutta la catena del valore, contribuendo alla crescita dell’intero ecosistema.
Rispetto ai mercati del Nord Europa, l’Italia presenta ancora alcune differenze in termini di diffusione dell’innovazione e integrazione della sostenibilità nei processi industriali. Permane inoltre un certo disallineamento tra il mercato nazionale e quello europeo, soprattutto rispetto agli standard richiesti, alle modalità di gestione delle gare e alla capacità di partecipare a grandi commesse internazionali.
Per rafforzare la competitività del sistema italiano sarà quindi necessario investire nella formazione, nella diffusione delle competenze e nella creazione di condizioni che consentano anche alle imprese più piccole di partecipare attivamente alla trasformazione sostenibile del settore.


La collaborazione tra Università, imprese e consulenza strategica: il ruolo di CIELI e Chiappe Revello
La collaborazione tra mondo accademico, imprese e società di consulenza rappresenta un elemento fondamentale per affrontare la complessità delle sfide future legate alla sostenibilità infrastrutturale.
L’esperienza di collaborazione con realtà come CIELI e Chiappe Revello evidenzia la complementarità tra competenze differenti. Il mondo universitario contribuisce attraverso la ricerca, l’analisi dei fenomeni complessi e lo sviluppo di metodologie innovative, mentre la consulenza strategica permette di tradurre queste conoscenze in strumenti applicabili ai processi aziendali e alle esigenze concrete delle organizzazioni.
La consulenza strategica porta infatti un patrimonio di competenze legato all’analisi dei processi, alla comprensione delle esigenze specifiche dei clienti e alla definizione di soluzioni operative, elementi che consentono di accompagnare concretamente le imprese nei percorsi di trasformazione.
Parallelamente, strutture come CIELI contribuiscono attraverso un approccio multidisciplinare e orientato al problem solving, integrando competenze ingegneristiche, economiche e gestionali. La collaborazione tra questi mondi permette quindi di creare un collegamento diretto tra ricerca e applicazione industriale, favorendo lo sviluppo di soluzioni innovative e sostenibili per il settore infrastrutturale.
In foto: Prof.ssa Ilaria Delponte

Tecnologia, intelligenza artificiale e comunicazione: la visione di Riccardo Gabriele sul futuro delle media relations

Abbiamo intervistato Riccardo Gabriele, delegato FERPI in Toscana ed esperto in media communications nel settore vitivinicolo, per approfondire il rapporto tra innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e futuro della comunicazione. Tra opportunità, limiti e nuove prospettive professionali, emerge una visione in cui la tecnologia non sostituisce il pensiero strategico, ma ne amplifica il valore.

L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo di fare comunicazione. Quale può essere oggi il suo contributo concreto nelle media relations?

L’intelligenza artificiale rappresenta uno strumento sempre più utile per il mondo della comunicazione e delle media relations, soprattutto per la capacità di velocizzare analisi, raccolta di informazioni e attività di supporto operativo. Può aiutare nella ricerca di dati, nel monitoraggio delle fonti e nell’individuazione di trend emergenti. Tuttavia, il tema della qualità e dell’affidabilità dei dati resta centrale: la tecnologia dovrà ancora evolvere per garantire maggiore precisione e capacità interpretativa. La componente umana rimane essenziale per costruire relazioni, comprendere i contesti e dare valore ai contenuti.

Guardando al futuro, come evolverà il rapporto tra tecnologia e professioni della comunicazione?

La comunicazione potrà trarre grande beneficio dalle tecnologie emergenti, soprattutto nella fase di ricerca, analisi e produzione di insight. Gli strumenti digitali renderanno più efficiente il lavoro quotidiano, lasciando maggiore spazio alle competenze strategiche e creative. Questo cambiamento potrebbe generare nuova linfa per il settore e, paradossalmente, contribuire a valorizzare ancora di più il giornalismo di qualità: in un contesto ricco di contenuti automatizzati, l’autorevolezza, la verifica e la capacità di interpretazione torneranno ad avere un ruolo distintivo.

Quale consiglio darebbe oggi a chi vuole costruire una carriera nella comunicazione?

Saper utilizzare la tecnologia sarà sempre più importante, ma non sarà sufficiente. Le competenze del futuro saranno ibride: capacità analitiche, visione strategica, sensibilità relazionale e conoscenza degli strumenti innovativi dovranno convivere. La comunicazione continuerà a essere fatta di persone, reputazione e fiducia. Chi riuscirà a integrare innovazione e pensiero critico avrà gli strumenti per interpretare il cambiamento e guidarlo.

In foto Riccardo Gabriele

L’ascolto delle imprese: il caso marchigiano


Abbiamo Intervistato Giorgio Moretti, CEO di Moretti Comunicazione e Presidente Piccola Industria di Confindustria Ancona, per capire come la comunicazione e l’ascolto del territorio può mutare con l’avvento della transizione sostenibile e digitale

Come è cambiato il ruolo della comunicazione per imprese e organizzazioni?

La comunicazione è uno strumento fondamentale per le imprese e per le organizzazioni e oggi assume un ruolo ancora più centrale rispetto al passato. Non è più legata a un’attività episodica, ma rappresenta un elemento strutturale capace di costruire dialogo, generare fiducia e favorire la comprensione tra i diversi interlocutori. Per le organizzazioni, in particolare, diventa un fattore competitivo determinante. La sfida principale è rappresentata dalla molteplicità dei mezzi con cui è possibile comunicare: fino a pochi anni fa era sufficiente monitorare e gestire un numero limitato di canali, mentre oggi ci si confronta con una molteplicità di strumenti che richiedono una conoscenza approfondita dei meccanismi della comunicazione e una capacità di coordinamento sempre più integrata.

Qual è la vera novità introdotta dall’innovazione nella comunicazione?

La vera novità introdotta dall’innovazione è la velocità con cui è possibile dialogare con i propri interlocutori e la possibilità di raggiungere un pubblico molto ampio attraverso strumenti accessibili e a costi contenuti. Se in passato erano necessari investimenti significativi per amplificare la propria voce, oggi la combinazione tra tecnologie digitali, competenze e creatività consente di ottenere risultati importanti con risorse molto più limitate. Questo ha aperto nuove opportunità anche alle realtà di dimensioni minori, che possono sviluppare attività di comunicazione efficaci, ottimizzando il tempo dedicato alle attività operative e concentrando maggiormente le proprie energie sugli aspetti strategici.

Come immagini l’evoluzione futura della comunicazione?

In prospettiva, l’innovazione continuerà a trasformare la comunicazione, contribuendo a liberare le persone da molte attività ripetitive e a basso valore aggiunto. Il ruolo della tecnologia sarà quello di supportare e semplificare i processi, mentre il vero elemento distintivo resterà la componente umana. Pensiero critico, creatività, sensibilità e capacità relazionale continueranno a rappresentare il cuore della comunicazione. Saranno proprio queste qualità a permettere di dare significato, direzione e valore ai messaggi in un contesto sempre più digitale e automatizzato.

In foto: Giorgio Moretti

Innovare per competere: il futuro delle imprese italiane secondo STAM

Abbiamo intervistato l’Ing. Andrea Barbagelata, CEO di STAM, una delle più importanti realtà italiane nel settore della consulenza ingegneristica e tecnologica, per confrontarci su tematiche di frontiera come l’utilizzo delle nuove tecnologie nelle imprese italiane.

In quali settori le nuove tecnologie stanno generando il maggiore impatto oggi nel tessuto economico italiano?

Nei settori ad alta intensità tecnologica, come spazio e difesa, l’innovazione non è più un elemento distintivo: è una condizione necessaria per restare competitivi. In questi ambiti vengono integrate continuamente tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale ai sistemi autonomi, dalla sensoristica evoluta al software ad alte prestazioni, per sviluppare prodotti e processi complessi. L’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente il principale acceleratore trasversale dell’innovazione attuale, soprattutto quando integrata con automazione, gestione dei dati e capacità decisionali avanzate. In questi contesti l’innovazione non è una scelta, ma un fattore imprescindibile di competitività.


La stessa velocità di adozione si osserva anche nel resto del tessuto produttivo italiano e quali sono i principali punti di forza?

Non ancora, almeno non in modo omogeneo. Se osserviamo l’utilizzo delle nuove tecnologie nei processi interni delle imprese o nei settori che ne fanno un uso più indiretto, emergono differenze significative. Una parte del sistema produttivo italiano continua infatti a mostrare una certa inerzia nell’adozione di innovazioni avanzate. Non tutte le aziende si trovano nella stessa fase di maturità tecnologica e non tutte possiedono la medesima capacità di investimento per aumentare la propria competitività. Questa eterogeneità rappresenta uno dei principali elementi su cui lavorare. L’Italia possiede però asset molto importanti, con università, competence center e strutture di ricerca di alto livello che contribuiscono all’innovazione di un sistema produttivo dinamico ma variegato.

Questi soggetti svolgono un ruolo essenziale nel trasferimento tecnologico e nella creazione di ecosistemi innovativi. Anche territori non tradizionalmente associati alla presenza di grandi filiere industriali possono rappresentare esempi di eccellenza. La Liguria, ad esempio, ha sviluppato realtà di grande valore come START 4.0 e SIIT nel campo dei sistemi intelligenti integrati e della sicurezza. Un altro esempio significativo è rappresentato da BI-REX, uno degli otto Competence Center nazionali istituiti dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e l’unico a guida industriale. BI-REX riunisce università, centri di ricerca e imprese di eccellenza con l’obiettivo di supportare la trasformazione digitale e l’innovazione tecnologica del sistema produttivo. È un modello particolarmente interessante perché dimostra come investimenti pubblici ben indirizzati possano generare ecosistemi innovativi concreti, sostenibili e capaci di creare valore nel tempo.


Come immagina l’evoluzione del mercato del lavoro nei prossimi anni, pensando a questo boom tecnologico?

Il mercato del lavoro si orienterà progressivamente verso competenze sempre più qualificate. Le discipline STEM avranno certamente un ruolo fondamentale, ma da sole potrebbero non essere sufficienti. La sfida sarà più ampia e riguarderà la capacità di costruire una cultura diffusa dell’innovazione, rafforzando il livello complessivo di istruzione e formazione.
Se osserviamo alcuni dati europei emergono differenze importanti: mentre la media europea dei laureati nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni supera il 43% – con l’Unione Europea che punta ad aumentare ulteriormente questa percentuale – l’Italia si colloca ancora nelle ultime posizioni, con circa il 31,6% di giovani laureati, davanti soltanto alla Romania.
Credo che questo sia uno dei principali obiettivi che dovremmo porci se abbiamo a cuore il futuro del nostro Paese: creare le condizioni per un innalzamento del livello di istruzione e delle competenze delle nuove generazioni. Le tecnologie si possono acquistare. Le competenze, invece, vanno costruite nel tempo.

In foto: Andrea Barbagelata, CEO di STAM

Come le imprese abbracciano l’innovazione: l’esperienza del DIH di Confindustria

Abbiamo intervistato Lorenzo Costa, Innovation Specialist del DIH Liguria, il nodo regionale della rete nazionale dei Digital Innovation Hub di Confindustria. Nato su iniziativa delle cinque associazioni territoriali del sistema (Confindustria Genova, Confindustria Imperia, Confindustria La Spezia, Unione Industriali Savona e Confindustria Liguria) il DIH Liguria rappresenta il punto di riferimento per le imprese sui temi dell’innovazione e della trasformazione digitale.
Il Digital Innovation Hub opera infatti come braccio operativo delle associazioni, accompagnando le aziende in percorsi concreti di sviluppo. Il suo approccio va oltre il supporto teorico: l’obiettivo è trasformare idee e progetti in soluzioni operative, contribuendo attivamente al rafforzamento dell’ecosistema digitale del territorio.

Ma come si passa dall’idea all’azione?
Il Digital Innovation Hub, forte di competenze specifiche e di una rete di contatti diretti sul territorio, accompagna le aziende lungo tutto il percorso: dall’ideazione alla messa a terra dei progetti. La sua natura associativa consente inoltre di intercettare bisogni reali e proporre iniziative coerenti con le esigenze delle imprese. Un ambito chiave di intervento è l’orientamento iniziale, rivolto alle organizzazioni che intendono innovarsi ma non dispongono ancora di una direzione chiara.

Qual è il primo passo per un’impresa che vuole innovare?
Il punto di partenza è conoscersi. Attraverso strumenti di assessment della maturità digitale, cybersecurity e AI, il DIH Liguria supporta le imprese nell’analisi delle proprie competenze digitali, nell’individuazione delle aree di miglioramento e nella definizione di un percorso di crescita strutturato. Quando necessario, il supporto prosegue con attività di follow-up e con la messa in rete di partner locali in grado di accompagnare l’implementazione delle soluzioni. Accanto agli strumenti operativi, un altro pilastro fondamentale è la diffusione della cultura dell’innovazione.

Come si costruisce una cultura dell’innovazione?
Attraverso momenti di confronto e condivisione. In questo contesto si inseriscono i “CoffeeTech”, incontri periodici che coinvolgono speaker provenienti dal mondo accademico e industriale – come IIT, Università di Genova e imprese del territorio – chiamati a raccontare esperienze concrete di innovazione. Questi eventi rappresentano anche un’occasione per dare visibilità a nuove idee imprenditoriali e favorire la nascita di nuove iniziative. Gli incontri sono organizzati con Confindustria Genova e il suo Gruppo DIXET – Gruppo d’Imprese ad Alta Tecnologia, oltre che dal DIH Liguria, adottando un approccio trasversale che abbraccia diversi ambiti, tra cui l’intelligenza artificiale.

Qual è il ruolo dell’intelligenza artificiale in questo scenario?
Tra le iniziative più rilevanti si distingue il progetto “LigurIA”, avviato con l’obiettivo di promuovere una maggiore consapevolezza nell’adozione dell’intelligenza artificiale all’interno delle organizzazioni. Il progetto si articola in diverse attività: dalla mappatura delle soluzioni presenti sul territorio alla sensibilizzazione delle imprese, fino alla creazione di gruppi di lavoro multidisciplinari che integrano competenze imprenditoriali, tecnico-scientifiche, giuridiche ed etico-filosofiche.

Innovare significa anche affrontare nuove regole?
Assolutamente sì. L’analisi degli aspetti legali e regolatori è parte integrante del percorso, non solo in ottica di business ma anche di conformità. Dopo la fase di assessment, le aziende vengono accompagnate nella scelta delle soluzioni più adeguate, con un supporto concreto nella fase di implementazione.
I numeri confermano l’impatto di queste iniziative: Confindustria Genova ha già realizzato oltre 200 assessment e partecipa alla rete nazionale dei Digital Innovation Hub, presente in ogni regione italiana. Questa rete favorisce l’accesso agli incentivi, il confronto tra territori e la costruzione di benchmark condivisi.

Ma le imprese sono davvero pronte al cambiamento?

Una delle principali criticità riguarda la cultura dell’innovazione: sovente può prevalere una certa resistenza al cambiamento e spesso è difficile tradurre la partecipazione a eventi e iniziative in azioni concrete.

Le aziende hanno le risorse per innovare?
Molte aziende stanno mostrando una crescente attenzione verso l’innovazione, ma soprattutto nel mondo delle piccole e medie imprese emerge la necessità di rafforzare competenze e figure dedicate capaci di accompagnare i processi di trasformazione tecnologica. Le realtà più strutturate dispongono spesso di team dedicati alla ricerca e sviluppo, rappresentando un modello di riferimento importante. Ridurre questo divario costituisce oggi un’opportunità strategica per sostenere la competitività e la crescita del sistema produttivo ligure.

Chiappe Revello è associata a Confindustria da oltre 40 anni dove ha consolidato nel tempo una presenza costante all’interno del sistema e partecipando attivamente alle dinamiche di sviluppo del tessuto industriale e imprenditoriale del territorio.
In foto: Logo DIH Liguria

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