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Se non ci fosse l’Europa

Se non ci fosse l’Europa

Ospitiamo ancora con piacere una riflessione di Giuseppe Mazzei, giornalista, saggista, docente universitario e fondatore di MazzeiHub, società specializzata in lobbying, public affairs e political intelligence

Da più parti si levano lamenti contro quello che l’Europa sta facendo o non sta facendo in questa emergenza sanitaria ed economica.

Essi sono di tre tipi.

Ci sono quelli degli europeisti convinti che apprezzano le decisioni delle istituzioni europee ma chiedono che si amplifichino gli sforzi e che si colga questa occasione per  individuare strumenti nuovi che comportino maggiore condivisione.

Ben altro tipo di lamentela è quella -incoerente- dei sovranisti: da un lato si oppongono a qualsiasi cessione di sovranità in nome della prevalenza dell’interesse nazionale, dall’altro chiedono interventi che presuppongono proprio il superamento del nazionalismo e la scelta di una maggiore integrazione. Tipico dei sovranisti è agitare i fantasmi della Troika, delle invasioni di campo da parte delle istituzioni europee proprio mentre invocano maggiori aiuti.

Infine, ci sono le lamentele di coloro che, per ignoranza,  superficialità, malafede e pura demagogia non danno il giusto valore a quello che l’Europa sta attuando e considerano qualsiasi decisione europea un errore.

Bisogna ristabilire un minimo di verità in questa Babele e stare ai fatti.
Cominciamo con la Banca Centrale Europea. Inizialmente l’Istituto di Francoforte si era limitato ad ampliare il QE (Quantitative Easing) per il 2020 fino a 120 miliardi. Una misura che era apparsa da subito molto limitata. E così la BCE il 26 marzo ha varato un piano di acquisti di titoli per 750 miliardi di euro, definito PEEP (Pandemie Emergency Purchase Programme) eliminando due limiti: quello del 33% per gli acquisti dei titoli di stato su ciascuna emissione e quello del 50% per i titoli di debito emessi dagli organismi sovranazionali.  Secondo alcuni esperti, l’eliminazione di questi limiti mette la BCE in condizioni di poter effettuare anche dei salvataggi. Infatti, se uno Stato chiedesse aiuto, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) lo concederebbe emettendo dei titoli che la BCE potrebbe acquistare senza tener conto del limite del 50%.

Non era mai successo. I titoli che la BCE può acquistare hanno le scadenze più ampie possibili, fino a 30 anni.

Per l’Italia significa che almeno 215 miliardi dei nostri titoli di stato saranno riacquistati dalla BCE e questo dovrebbe  stabilizzare gli spread.

Ma veniamo alle altre istituzioni europee.
L’Europa ha finora messo in campo 540 miliardi: 200 per investimenti della BEI, 100 per il piano SURE per gli ammortizzatori sociali e 240 del MES, crediti destinati per sostenere i soli costi sanitari diretti e indiretti, la cura e la prevenzione, e senza essere condizionate alle abituali drastiche misure di austerità previste dal fondo. Sull’eliminazione di queste clausole draconiane l’Italia, insieme ad altri 13 Paesi dell’Eurozona, l’ha spuntata, checché ne dicano Salvini e Meloni.
Per l’Italia si tratta di poter accedere a 96 miliardi di crediti, sui 540 complessivi messi a disposizione dall’Europa, così divisi: 40 miliardi dalla BEI da restituire in 30 anni, 20 miliardi da SURE , da restituire in 10 anni, e 36 dal MES da restituire senza condizioni a tassi molto più bassi (fino al 50% in meno) rispetto a quelli che paghiamo per i nostri titoli di Stato, con un risparmio di oltre 1 miliardo di euro.
96 miliardi sono poco più di 6 punti di PIL, esattamente quelli che mediamente potremmo perdere da qui a fine anno , nella migliore delle ipotesi.
Peraltro questi crediti del MES rientrano nella categoria delle ECCL (Enhanced Conditions Credit Lines) che sono la condizione necessaria -anche se non sufficiente- affinché la Banca Centrale Europea possa attivare lo strumento più potente di cui dispone e che -predisposto da Draghi nel 2012- non è mai stato utilizzato. Si tratta delle OMT (Outright Monetray Transactions) che consente alla BCE di acquistare titoli sul mercato secondario, soprattutto titoli di Stato, senza limiti quantitativi prefissati. Le OMT per loro natura scoraggiano qualsiasi manovra speculativa proprio perché garantendo un acquisto potenzialmente illimitato, evitano che il Paese i cui titoli vengono acquistati subisca una pressione al rialzo dei rendimenti richiesti.
Al momento non conosciamo i dettagli tecnici dell’accordo raggiunto nell’Eurogruppo per quanto riguarda il concreto funzionamento di questa linea di credito vincolata alla copertura di spese per l’emergenza sanitaria.
Ma si può ragionevolmente ritenere, sulla base del comunicato ufficiale dei ministri delle finanze dei 19 Paesi dell’area euro, che non ci siano trucchi o trappole che possano far scattare meccanismi di intervento -tipo Troika- nei confronti dei Paesi che accederanno a questi finanziamenti.
E non è ancora finita. Perché il prossimo Consiglio Europeo dovrà mettere mano ad un altro strumento di finanziamento, forse il più massiccio, che dovrà servire ad aiutare tutti i 27 Paesi europei ad uscire dalla profonda recessione che sta già mostrando i segni della sua pericolosità.
Se passa la proposta della Francia sostenuta dall’Italia e da altri 13 Paesi dell’Eurozona si potrebbe dar vita ad un fondo di almeno 500 miliardi da finanziare con l’emissione di titoli comuni, limitata nel tempo e condizionata alle sole spese per contrastare la recessione. Forse non si chiameranno eurobond, o recovery bond, ma la sostanza è che ci sarà una condivisione temporanea dei debiti futuri per la ripresa. Se questo meccanismo non dovesse passare sicuramente si amplierà in maniera significativa il Bilancio pluriennale della Commissione Europea per mettere in campo altri 1000 miliardi di risorse. Vedremo.

Di fronte a questi dati, si può dire a cuore leggero che l’Europa non c’è e che essa è un fallimento?

Sì, se si fa un uso improprio del cervello.


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