Nato come spin-off dell’Università di Genova, Campus Civico rappresenta una realtà innovativa nel panorama delle scienze sociali applicate. Attivo da oltre tre anni, lo spin-off mette insieme competenze provenienti dal Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali (DiSPI) e dal Dipartimento Architettura e Design, sviluppando percorsi di partecipazione, comunicazione pubblica e valutazione di impatto. Tra i progetti affrontati figurano grandi opere infrastrutturali, collaborazioni con la Protezione Civile e iniziative dedicate al dialogo tra istituzioni, imprese e cittadini. Ne abbiamo parlato con il professor Luca Raffini, docente dell’Università di Genova e tra i promotori dello spin-off.
Professor Raffini, come nasce Campus Civico e quale missione si è dato?
Campus Civico nasce come spin-off dell’Università di Genova con l’obiettivo di portare fuori dall’accademia competenze e strumenti maturati nella ricerca. È una realtà interdisciplinare che coinvolge ricercatori provenienti da ambiti diversi, in particolare dalle scienze sociali e dal design. L’idea è quella di sviluppare processi di comunicazione e partecipazione capaci di coinvolgere differenti pubblici e favorire il confronto tra soggetti portatori di interessi diversi.
Qual è il valore aggiunto di uno spin-off universitario in questo settore?
L’elemento che ci caratterizza maggiormente è il continuo dialogo tra ricerca e applicazione. Lavoriamo utilizzando metodologie e strumenti validati scientificamente, ma li decliniamo su problemi reali e contesti concreti. Questa dimensione ci consente di offrire qualcosa in più rispetto a molti operatori del mercato: non semplicemente servizi di comunicazione o facilitazione, ma percorsi costruiti sulla base di evidenze, ricerca e innovazione metodologica.
Quali sono stati i principali ambiti di intervento in questi anni?
Abbiamo lavorato su progetti molto differenti. Ci siamo occupati di grandi opere infrastrutturali, come il Tunnel Subportuale di Genova, di percorsi di supporto e facilitazione organizzativa per la Protezione Civile e di attività legate alla valutazione di impatto di politiche e progetti. In tutti questi casi il filo conduttore è rappresentato dalla capacità di mettere in relazione una pluralità di attori e facilitare il dialogo tra punti di vista spesso diversi tra loro.
Fare impresa nelle scienze sociali rappresenta ancora una sfida?
Sì, e forse è una delle sfide più interessanti. Quando si parla di spin-off universitari, l’immaginario collettivo è spesso associato all’innovazione tecnologica o alle cosiddette scienze dure. Noi operiamo invece nell’ambito delle scienze sociali e questo richiede uno sforzo ulteriore nel dimostrare il valore concreto delle nostre attività.
Abbiamo però riscontrato una crescente domanda di competenze legate alla partecipazione, alla facilitazione e alla costruzione del dialogo. La sfida consiste nel trasformare questi bisogni in un’attività imprenditoriale sostenibile, capace di collocarsi all’interno di un mercato definito senza perdere la propria vocazione pubblica.
Quanto conta oggi la partecipazione nei processi decisionali?
Viviamo una fase storica caratterizzata da una forte sfiducia verso istituzioni, imprese e organizzazioni. Questo fenomeno non deve essere letto esclusivamente in chiave negativa: spesso la sfiducia rappresenta una richiesta di maggiore coinvolgimento e trasparenza.
Il problema emerge quando non esistono luoghi e strumenti attraverso cui le diverse posizioni possano confrontarsi. Per questo crediamo che creare spazi di dialogo strutturati sia oggi più importante che mai. La partecipazione non serve a eliminare i conflitti, ma a renderli gestibili e produttivi.
Esistono esperienze che dimostrano concretamente il valore di questo approccio?
Certamente. Un esempio significativo è rappresentato dall’esperienza del dibattito pubblico sulle grandi opere, ispirata in parte al modello francese. L’idea è coinvolgere cittadini, amministrazioni, imprese e stakeholder prima che determinate decisioni vengano assunte, soprattutto quando gli interventi hanno un forte impatto sul territorio.
Anche in Italia questo strumento ha trovato un proprio spazio normativo e culturale. Non sempre il quadro regolatorio è stato lineare, ma ha contribuito a diffondere una maggiore consapevolezza sull’importanza di processi partecipativi strutturati.
Quali sono le prospettive future di Campus Civico?
La nostra sfida è consolidare ulteriormente questo modello, continuando a costruire ponti tra università, istituzioni, imprese e cittadini. Vogliamo contribuire a sviluppare una cultura della partecipazione che non sia vista come un adempimento formale, ma come una risorsa strategica per migliorare la qualità delle decisioni e rafforzare il rapporto di fiducia tra i diversi attori della società.
In una società sempre più complessa e frammentata, esperienze come quella di Campus Civico mostrano come le competenze delle scienze sociali possano trasformarsi in strumenti concreti per favorire il dialogo, la collaborazione e la costruzione di valore condiviso. Una sfida imprenditoriale e culturale che l’Università di Genova ha scelto di raccogliere, mettendo la ricerca al servizio dei territori e delle comunità.








