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Intervista a Silvio de Girolamo: il reporting di sostenibilità in Italia

Abbiamo intervistato Silvio De Girolamo, tra i pionieri della sostenibilità in Italia, impegnato su questi temi sin dal 2002. Un percorso professionale che gli ha permesso di osservare da vicino l’evoluzione della sostenibilità nel mondo delle imprese: dalle prime esperienze di rendicontazione volontaria fino all’attuale integrazione dei temi ESG nelle strategie aziendali.

Negli ultimi anni il report di sostenibilità ha rappresentato un importante strumento per avvicinare le imprese ai temi ESG. Possiamo dire che abbia avuto un ruolo anche nell’evoluzione delle strategie aziendali?

Sicuramente. Negli anni passati il report di sostenibilità è stato un vero e proprio volano per la diffusione della cultura della sostenibilità all’interno delle imprese. In molti casi si trattava di una scelta volontaria, ma proprio questa volontarietà ha contribuito a dare impulso non soltanto alla rendicontazione, ma anche alla definizione e alla messa in atto di vere e proprie strategie di sostenibilità.

D’altra parte, ogni fenomeno, per poter essere realmente preso in considerazione e gestito, ha bisogno innanzitutto di essere misurato. La rendicontazione ha quindi rappresentato il primo passo per iniziare a comprendere le proprie performance, individuare le criticità e definire possibili aree di miglioramento.

Come si è evoluto questo approccio nel tempo?

L’evoluzione successiva è stata proprio quella di superare la logica della semplice misurazione per arrivare a integrare la sostenibilità all’interno della strategia complessiva dell’impresa. Il tema non è più soltanto “rendicontare ciò che si è fatto”, ma utilizzare le informazioni raccolte per orientare le decisioni, definire obiettivi e integrare la sostenibilità nel piano strategico aziendale.

Se guardiamo invece alle PMI, il percorso è stato altrettanto rapido?

Il percorso delle PMI è stato sicuramente più graduale. Questo dipende anche dalle loro caratteristiche e dalle risorse a disposizione. Tuttavia, c’è un elemento che sta accelerando molto questo processo: le PMI sono spesso inserite nelle catene di fornitura di grandi imprese, che chiedono sempre più informazioni e dati relativi alla sostenibilità.

Per questo motivo, la spinta non arriva necessariamente soltanto dalla normativa europea. Oggi vediamo con sempre maggiore chiarezza il ruolo di istituti di credito, grandi clienti e catene di fornitura, che richiedono alle PMI informazioni sulle loro performance ambientali, sociali e di governance.

Quindi la sostenibilità nelle PMI continua ad essere anche una scelta volontaria?

Assolutamente sì. Nonostante l’evoluzione normativa, possiamo dire che la spinta volontaria continua ad avere un ruolo importante. Così come è avvenuto inizialmente per le grandi imprese, anche per le PMI occuparsi di rendicontazione può rappresentare il punto di partenza per un percorso più ampio.

La necessità di raccogliere e organizzare i dati porta infatti l’impresa a interrogarsi sulle proprie performance e, progressivamente, sulle possibilità di miglioramento. Da qui si può arrivare alla definizione di obiettivi e strategie di sostenibilità, trasformando la rendicontazione da semplice adempimento o richiesta esterna in uno strumento di gestione.

E qual è la posizione dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei?

Da questo punto di vista, l’Italia è ben posizionata. Già prima dell’introduzione di un quadro normativo europeo più strutturato, quando la rendicontazione era prevalentemente frutto di scelte volontarie, molte imprese italiane avevano iniziato ad adottare standard internazionali come il GRI – Global Reporting Initiative.

Questo significa che l’Italia non può essere considerata un fanalino di coda nel percorso verso la sostenibilità. Al contrario, è tra i Paesi nei quali il tema della rendicontazione e della sostenibilità d’impresa ha iniziato a svilupparsi in maniera significativa già nella fase volontaria.

Qual è quindi il passaggio più importante che le imprese dovranno affrontare nei prossimi anni?

Il passaggio fondamentale sarà quello di continuare a trasformare la rendicontazione in strategia. Misurare è indispensabile, ma il dato acquisisce valore quando viene utilizzato per prendere decisioni.

La vera evoluzione consiste quindi nel passare dal “raccontare” la sostenibilità al gestirla concretamente, integrandola nei processi decisionali, negli investimenti e nella pianificazione strategica dell’impresa. È questo, a mio avviso, il passaggio che renderà la sostenibilità sempre più parte integrante del modo di fare impresa.

Sostenibilità ed infrastrutture: quale futuro?

Abbiamo intervistato Ilaria Delponte, Professoressa associata presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica e Ambientale (DICCA) dell’Università degli Studi di Genova, sul tema della sostenibilità e delle infrastrutture


Sostenibilità e infrastrutture: quale connubio?
La sostenibilità nasce come un concetto prevalentemente politico e culturale, che nel tempo si è evoluto fino a diventare un principio guida per la trasformazione dei sistemi produttivi e infrastrutturali. Tuttavia, è importante non ridurre la sostenibilità esclusivamente a una serie di indicatori quantitativi, perché il suo valore principale risiede nella capacità di rappresentare un approccio, un metodo e una prospettiva strategica orientata al cambiamento.
Uno degli elementi caratterizzanti della sostenibilità è proprio la sua natura trasversale: si tratta di un concetto sufficientemente ampio da coinvolgere soggetti diversi e da adattarsi a molteplici ambiti, rendendo possibile un confronto tra istituzioni, imprese, ricerca e società civile. Nel settore delle infrastrutture, negli ultimi anni si è assistito a un cambiamento significativo nell’approccio degli operatori economici e delle grandi aziende, che hanno progressivamente integrato criteri di sostenibilità all’interno dei propri processi decisionali e industriali.
Permangono tuttavia alcune criticità. La realizzazione di infrastrutture sostenibili risulta spesso più complessa rispetto ai modelli tradizionali, sia per la necessità di integrare nuovi criteri progettuali sia per la presenza di procedure amministrative e operative ancora in fase di evoluzione. L’introduzione di certificazioni e requisiti di sostenibilità all’interno delle gare rappresenta comunque un elemento positivo, perché contribuisce a orientare progressivamente il mercato verso standard più elevati.
Il settore si trova oggi in una fase di transizione nella quale alcuni principi sono stati definiti, ma manca ancora un pieno allineamento tra normativa, strumenti operativi e capacità industriale. In questo percorso, molte aziende hanno anticipato il quadro legislativo attraverso iniziative volontarie, sperimentazioni e attività di collaborazione finalizzate a sviluppare nuovi modelli di progettazione e gestione delle infrastrutture.


Benchmark internazionale: come si posiziona l’Italia nel settore delle infrastrutture sostenibili?
Nel valutare il posizionamento dell’Italia rispetto agli altri Paesi, un elemento centrale è rappresentato dalla diffusione della cultura della sostenibilità all’interno dell’intero ecosistema produttivo. La principale sfida riguarda infatti la necessità di rendere questo approccio maggiormente capillare, coinvolgendo anche le piccole e medie imprese che rappresentano una componente essenziale della filiera infrastrutturale italiana.
Molte realtà di dimensioni ridotte mostrano interesse verso l’innovazione e la sostenibilità, ma spesso incontrano difficoltà legate alla disponibilità di risorse economiche, competenze specialistiche e capacità organizzative. Per questo motivo, il ruolo delle grandi aziende diventa fondamentale: gli operatori maggiormente strutturati possono favorire il trasferimento di conoscenze, metodologie e strumenti lungo tutta la catena del valore, contribuendo alla crescita dell’intero ecosistema.
Rispetto ai mercati del Nord Europa, l’Italia presenta ancora alcune differenze in termini di diffusione dell’innovazione e integrazione della sostenibilità nei processi industriali. Permane inoltre un certo disallineamento tra il mercato nazionale e quello europeo, soprattutto rispetto agli standard richiesti, alle modalità di gestione delle gare e alla capacità di partecipare a grandi commesse internazionali.
Per rafforzare la competitività del sistema italiano sarà quindi necessario investire nella formazione, nella diffusione delle competenze e nella creazione di condizioni che consentano anche alle imprese più piccole di partecipare attivamente alla trasformazione sostenibile del settore.


La collaborazione tra Università, imprese e consulenza strategica: il ruolo di CIELI e Chiappe Revello
La collaborazione tra mondo accademico, imprese e società di consulenza rappresenta un elemento fondamentale per affrontare la complessità delle sfide future legate alla sostenibilità infrastrutturale.
L’esperienza di collaborazione con realtà come CIELI e Chiappe Revello evidenzia la complementarità tra competenze differenti. Il mondo universitario contribuisce attraverso la ricerca, l’analisi dei fenomeni complessi e lo sviluppo di metodologie innovative, mentre la consulenza strategica permette di tradurre queste conoscenze in strumenti applicabili ai processi aziendali e alle esigenze concrete delle organizzazioni.
La consulenza strategica porta infatti un patrimonio di competenze legato all’analisi dei processi, alla comprensione delle esigenze specifiche dei clienti e alla definizione di soluzioni operative, elementi che consentono di accompagnare concretamente le imprese nei percorsi di trasformazione.
Parallelamente, strutture come CIELI contribuiscono attraverso un approccio multidisciplinare e orientato al problem solving, integrando competenze ingegneristiche, economiche e gestionali. La collaborazione tra questi mondi permette quindi di creare un collegamento diretto tra ricerca e applicazione industriale, favorendo lo sviluppo di soluzioni innovative e sostenibili per il settore infrastrutturale.
In foto: Prof.ssa Ilaria Delponte

L’ascolto delle imprese: il caso marchigiano


Abbiamo Intervistato Giorgio Moretti, CEO di Moretti Comunicazione e Presidente Piccola Industria di Confindustria Ancona, per capire come la comunicazione e l’ascolto del territorio può mutare con l’avvento della transizione sostenibile e digitale

Come è cambiato il ruolo della comunicazione per imprese e organizzazioni?

La comunicazione è uno strumento fondamentale per le imprese e per le organizzazioni e oggi assume un ruolo ancora più centrale rispetto al passato. Non è più legata a un’attività episodica, ma rappresenta un elemento strutturale capace di costruire dialogo, generare fiducia e favorire la comprensione tra i diversi interlocutori. Per le organizzazioni, in particolare, diventa un fattore competitivo determinante. La sfida principale è rappresentata dalla molteplicità dei mezzi con cui è possibile comunicare: fino a pochi anni fa era sufficiente monitorare e gestire un numero limitato di canali, mentre oggi ci si confronta con una molteplicità di strumenti che richiedono una conoscenza approfondita dei meccanismi della comunicazione e una capacità di coordinamento sempre più integrata.

Qual è la vera novità introdotta dall’innovazione nella comunicazione?

La vera novità introdotta dall’innovazione è la velocità con cui è possibile dialogare con i propri interlocutori e la possibilità di raggiungere un pubblico molto ampio attraverso strumenti accessibili e a costi contenuti. Se in passato erano necessari investimenti significativi per amplificare la propria voce, oggi la combinazione tra tecnologie digitali, competenze e creatività consente di ottenere risultati importanti con risorse molto più limitate. Questo ha aperto nuove opportunità anche alle realtà di dimensioni minori, che possono sviluppare attività di comunicazione efficaci, ottimizzando il tempo dedicato alle attività operative e concentrando maggiormente le proprie energie sugli aspetti strategici.

Come immagini l’evoluzione futura della comunicazione?

In prospettiva, l’innovazione continuerà a trasformare la comunicazione, contribuendo a liberare le persone da molte attività ripetitive e a basso valore aggiunto. Il ruolo della tecnologia sarà quello di supportare e semplificare i processi, mentre il vero elemento distintivo resterà la componente umana. Pensiero critico, creatività, sensibilità e capacità relazionale continueranno a rappresentare il cuore della comunicazione. Saranno proprio queste qualità a permettere di dare significato, direzione e valore ai messaggi in un contesto sempre più digitale e automatizzato.

In foto: Giorgio Moretti

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