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Il meccanismo di autoinduzione alle fake news

Il meccanismo di autoinduzione alle fake news

Oggi ospitiamo Andrea Barchiesi, uno dei massimi esperti in Italia di analisi e gestione della reputazione digitale.

Fondatore di Reputation Manager, principale Istituto italiano nell’analisi e gestione della reputazione online. Ha definito e declinato i fondamenti dell’Ingegneria Reputazionale®, una rigorosa metodologia per progettare, gestire, proteggere e ottimizzare l’identità digitale e la reputazione sul web di brand, aziende, professionisti, personaggi pubblici. Autore dei libri “La Tentazione dell’oblio” e “Web Intelligence e Psicolinguistica” (Franco Angeli, 2016 e 2013), è contributor del Corriere della Sera, dove cura un osservatorio mensile sulla reputazione dei Top Manager in Italia.

Prima del nuovo Coronavirus, l’ultima pandemia della storia risale a dieci anni fa, si trattava dell’influenza suina, diffusasi nel mondo tra il 2009 e il 2010, partita dal Messico e arrivata nel giro di due mesi in altri 80 Paesi. Come il Covid19 si trattava di un virus molto potente nell’immaginario delle persone, trattandosi di un’epidemia che si trasmetteva dal suino all’uomo e che causò degli effetti immediati anche sul piano economico: la vendita di carne suina crollò. «Ma la televisione la vedono tutti e i giornali li leggono in tanti – spiega in un’intervista del 2009 Roberto, titolare di una piccola macelleria– a forza di parlarne la gente dirotta i consumi su altre carni».

Nel 2009, dieci anni fa, si iniziavano appena ad utilizzare i social network, ma i meccanismi che regolano la percezione sono sempre gli stessi. Immaginiamo quindi cosa diventano oggi, completamente calati nel mondo della iper-connessione, amplificata dai social. Siamo di fronte alla prima pandemia social, un fenomeno del tutto nuovo, da studiare con attenzione. Gli indicatori di percezione sono fuori parametro, portando ad una polarizzazione dell’immaginario quasi totale. L’esplodere del fenomeno ha dato vita a una crisi multiforme che interseca importanti asset quali le istituzioni, i media, la scienza, il ruolo degli esperti e perfino dei non esperti che a vario titolo hanno sentito il bisogno di dire la loro, influenzando chi li segue.

Lo scenario davanti al quale ci troviamo è stato definito da alcuni “infodemia”, una situazione in cui informazioni sono esplose a un ritmo vertiginoso, mai sperimentato prima.

Basti pensare che nella prima settimana di emergenza (22-28 febbraio), per ogni caso reale riscontrato nel mondo vi sono stati in media 200 contenuti online che ne hanno parlato, mentre in Italia il rapporto è stato di 1 a 3000, quindici volte superiore. Un rapporto che nelle settimane successive, con l’esplodere dell’epidemia nel resto del mondo, si è invertito: a fine marzo, il rapporto tra contenuti online e contagi in Italia è sceso fino a 1 a 50, mentre nel resto del mondo ha raggiunto 1 a 650, iniziando a descrivere una curva che imitava quella iniziale italiana.

L’“infodemia” è stata poi caratterizzata da una produzione continua e fuori controllo di informazioni che hanno reiterato 24 ore su 24 lo stesso mix multiforme e disomogeneo di messaggi che sono allo stesso tempo veri e falsi: gli stessi dati, le stesse paure, le stesse minimizzazioni, le stesse raccomandazioni, gli stessi consigli a reti unificate tra giornali, tv, social, chat, in forma di testi, video, immagini, audio.

Tutto questo chiaramente denota un’emotività molto forte, molto vicina alla psicosi. È come se avessimo due tifoserie che immettono informazioni in un ecosistema che comincia a ribollire creando una circolarità psicotica. Quello che emerge in modo forte è che c’è una grande distanza tra realtà e percezione e la società è guidata dalla percezione, non dalla realtà.

Come si è arrivati a questo punto?

Per spiegare un fenomeno così complesso è utile far ricorso alla fisica. Esistono processi di autoinduzione in cui più fattori innescano una reazione circolare che cresce fino a divergere (in genere il sistema esplode, per essere chiari). La centrale di Cernobyl è saltata in questo modo. Le news hanno dato inizio alla reazione, TV e stampa le hanno giustamente riportate, i social media hanno cominciato a reagire stimolando ulteriori contenuti TV, la stampa ha alzato il tiro, i social di conseguenza hanno elevato la portata. Subentrano i talk, dapprima generalisti poi monotematici. La TV accresce ulteriormente lo spazio dedicato, accorre quindi la politica inserendo altra energia nel sistema. Nei social la polarizzazione sale a livelli mai misurati. Utenti scandiscono il bollettino medico ogni ora.

In un contesto ad altissima energia nascono incessantemente fake news.

Alcune cercano di dare corpo alle paure delle persone, altre invece sono delle strumentalizzazioni, anche di stampo politico. Notizie finte dai risvolti assolutamente concreti: supermercati svuotati, piazze deserte, metropolitane che viaggiano a vuoto. Amuchina più cara del caviale. Borse a picco. L’induzione circolare una volta scatenata è imprevedibile e spalanca le porte all’irrazionalità, a volte anche al ridicolo che si trasforma in grottesco: un meme ironico ha associato il virus alla nota marca di birra Corona, questo ha colpito l’azienda che è stata costretta a diramare una nota in cui spiega che non c’è legame tra la sua birra e il virus. Non è finita: la Constellation Brands Inc (l’azienda che produce la birra messicana nei 50 stati che compongono la federazione americana) ha perso l’8% alla borsa di New York in una settimana. Un dato che dovrebbe far riflettere sul potenziale distruttivo delle fake news virali.

Tantissime le segnalazioni in merito a contenuti di dubbia veridicità che circolavano sul web, ma anche nei gruppi Whatsapp sotto forma di audio. Uno dei più noti, il vocale in cui una voce femminile paventava la chiusura dei supermercati per un mese e invitava a fare più spesa possibile. Un allarme che, prima di rivelarsi del tutto infondato, ha spronato migliaia di persone a svuotare i supermercati in un weekend: sulla diffusione di quel vocale la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta. Ma non solo “scorte alimentari”: a scatenare il panico di molti genitori, è intervenuta anche la (finta) ordinanza del Ministero che annunciava la chiusura delle scuole in tutta Italia. Anche in questo caso, è stato necessario l’intervento del Ministero e della Polizia Postale, ma il danno era fatto e la diffusione della bufala inarrestabile. Oppure, ancora, le numerose notizie sugli animali domestici (con articoli che invitavano a disfarsene perché “portatori sani del virus”), le teorie del complotto anticinese o news sull’utilizzo di alcuni farmaci per curare i sintomi del Covid-19: tutte infondate e false.

Questo è un fenomeno di autoinduzione circolare. Tutto ciò porta ad uno scollamento enorme e chiaramente è la percezione che guida le nostre azioni, non la realtà.

Veniamo ad un punto chiave: l’autoinduzione circolare può essere fermata?

Sì, ma va spezzata la sua circolarità invertendo il segno di uno o più attori. In pratica bisogna agire sugli attori “controllabili”, in questo caso la Stampa e la TV. Questi ultimi sono tra i principali responsabili del livello raggiunto, soprattutto nella prima fase hanno cavalcato l’emotività in modo superficiale ignorando le possibili conseguenze. I media che hanno giocato sull’allarmismo parlando di “quarantena del Nord” e di “strage”, seminando il panico, hanno poi tentato di chiudere i cancelli con titoli rassicuranti e appelli alla calma. Peccando prima di eccesso di allarmismo poi, al contrario e solo dopo pochi giorni, di superficialità.

Questa infodemia in una fase oggettivamente molto critica, non fa altro che acuire paure, angoscia, timore per il futuro. “Il terreno è tutto, il microbo è nulla” confessò Pasteur, il padre della microbiologia, in punto di morte a un suo allievo. Fuor di metafora il problema più grande legato alle fake news in uno scenario ad altissima sensibilità come quello attuale, non è il grado di falsità del contenuto, né chi lo crea. Il problema è l’incremento esponenziale della sua condivisione, quanto terreno ha a disposizione per proliferare.


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